Il mio Nebraska
Qui è dove guardo un film e capisco che qualcosa non mi riempie più la vita. Forse perché prima me la riempiva un po' troppo e non lasciava spazio ad altre parti di me. Che sto dicendo? Non lo so.
There’s winners and there’s losers, and I’m south of the line
Well I’m tired of comin’ out on the losin’ endBruce Springsteen - Atlantic City
Avevo il pezzo quasi pronto mercoledì. Ho deciso di cancellare tutto tra venerdì e sabato. Ed eccomi qui, di domenica, a scrivere in un altro modo. E non sono affatto convinto di quello che sto facendo. E nemmeno del come e del perché lo sto facendo.
Qualcosa si è rotto venerdì. Ero sul bus per tornare a casa e volevo sistemare le ultime cose di quello che stareste leggendo se non avessi deciso di ricominciare da zero.
Era un bel pezzo, ma non lo sentivo mio. Forse perché, prima di ultimarlo, mi sono messo a leggere un pezzo di Ti Dirò e mi sono detto: Ma che sto facendo? Quel pezzo era bello, fresco, leggero. Il mio no.
E poi, mi sono detto: perché qualcuno dovrebbe leggermi?
Poi è arrivata la sera e sono andato a vedere la biopic su Bruce Springsteen Liberami dal nulla (bellissimo, andatelo a vedere) e mi sono detto che io non riesco a scrivere così, a trovare delle storie degne di essere raccontate.
Mi riferisco, per chi l’ha visto (per chi non l’avesse visto, non è uno spoiler), a quando The Boss si mette a scrivere Nebraska. La canzone, non (ancora) l’album.
Per farlo, si fa guidare dall’ispirazione e basta.
Guarda la tv, vede che c’è qualcosa in quel film, quindi inizia una ricerca senza garanzia di successo.
E scrive quella che sarebbe stata una delle sue canzoni più famose.
Libero di poterlo fare, perché si è permesso di farlo.
E poi, quindi, ci scrive l’album. Una parte rilevante della storia del film è proprio la scrittura dell’album che porta il titolo della canzone. Un album intimo, che è esattamente l’opposto di quello che avrebbe dovuto pubblicare come secondo album, che di solito serve a consacare lo status di rockstar.
Nebraska è invece un album intimo, scritto da solo, nella sua stanza da letto, solo perché sentiva il bisogno di farlo.
E poi mi sono detto: e se fosse che non ho il coraggio di fare una cosa del genere?
Non dico diventare una rockstar, ma con l’essere completamente libero da ogni pressione esterna che non riguardi il mio bisogno di scrivere.
Per qualche ragione che non riesco a capire ancora bene, per me scrivere resta importante. E per questo, a volte, non mi va affatto di farlo.
La mente cerca di tenermi lontano dalle cose che sono importanti, perché potrebbero portarmi in posti sconosciuti. Quindi subito penso che sto perdendo tempo con una cosa che non mi porterà a nulla.
Perché tutto deve essere performance. Ora, so che ho scritto che chi se ne frega se perdo iscritti (li sto perdendo), se non arrivano i like ecc. Ma predico bene e razzolo male. Quello che faccio, una volta che il pezzo è pubblicato, è rosicare e fare refresh per vedere se qualcuno mipiaccia il pezzo.
Da qui, mi chiedo: non è che st’ossessione per le metriche e per le performance che sembra pervadere ogni aspetto della nostra vita, in realtà non è affatto legata al nostro miglioramento? E se fosse una strategia molto raffinata che la nostra mente mette in atto per allontanarci da ciò che amiamo fare senza scopo? Rendere quella cosa l’ennesimo lavoro, ovvero una rottura di coglioni, è la via più breve per stancarsi. Specie se poi ci metti dei parametri, del tutto arbitrari e spesso irrealistici, che ne possono determinare il successo o il fallimento, ma molto più probabilmente il fallimento.
In questo modo, dopo un po’, ti stanchi e abbandoni tutto. E la mente può tornare a fare quello per cui è fatta: tenerti in vita. E per rimanere in vita, oggi, devi essere produttivo, performante. Fare solo cose utili. E per utili si intende che ti portano soldi o quantomeno nutrimento dell’ego.
E io onestamente, non ce la faccio più a vivere così. Fosse anche dovermi chiedere ogni minuto perché sto scrivendo, dove mi può portare, se è utile.
Però un attimo: davvero, perché scrivo?
E qual è il vero motivo per cui ho cancellato il pezzo precedente?
Credo che, per entrambe le domande, non ci sia una sola risposta.
Se da una parte sento il bisogno di farlo, nel momento in cui trovo la forza di farlo, subito diventa performance. E diventa performance perché mi si riconosce una certa abilità nella scrittura. Quindi, diventa quello che DEVO fare. Perché devo essere all’altezza delle aspettative altrui, facendo quello che gli altri mi dicono di fare. E lo devo fare bene. Quindi, e arriviamo alla risposta alla seconda domanda, ho cancellato quello precedente un po’ perché pensavo fosse un po’ troppo costruito (e forse lo era, forse no), un po’ perché, da quando ho ricominciato a scrivere, diventa sempre più difficile continuare e convivere con questa pressione di essere all’altezza. Di cosa, di chi, nemmeno lo so.
E infatti, adesso vorrei cancellare di nuovo tutto. Mi sto sforzando di non farlo.
C’è un ulteriore aspetto di questa vicenda, che era quello di cui scrivevo nella versione precedente del pezzo e che forse posso recuperare. Lo stavo scrivendo in un bar alla fine di una giornata faticosa nel paesetto dell’entroterra siciliano in cui mi sono dovuto trasferire per la scuola.
Una scena piuttosto hemingwayana, no? Un bar e la scrittura. Mi mancano giusto le corride, diciassette-diciotto ex mogli e un talento mostruoso per il racconto.
È quel mercoledì di cui parlavo all’inizio. Ero lì perché è uno dei pochissimi posti in quel paese che posso definire accoglienti. Sicuramente più dell’appartamento che ho preso in affitto. E poi ho capito che la solitudine di quella casa mi spegne. E poi internet non prende lì.
Stavo scrivendo perché avevo avuto una folgorazione. Ecco, se posso trovare qualcosa dei motivi per cui scrivo che sicuramente non c’entrano con la performance, è che scrivere mi aiuta a mettere ordine. Quel pomeriggio avevo avuto una riunione molto noiosa a scuola che, come al solito, mi aveva fatto pensare a vie d’uscita dall’insegnamento.
Succede sempre così:
Mi chiedo: “cosa potrei fare se lasciassi la scuola?” Una volta era: “cosa farei se lasciassi il digital marketing e il copywriting?”
A quel punto, mi dico “torno a scrivere”, con tutto il corredo di ritorno di ansia da personal branding, voglia di buttare giù questa newsletter, convincermi che non è roba per me scrivere. Una volta era “vado a scuola”.
Sono abbastanza certo che, se avessi deciso di tornare al copywriting, dopo qualche mese avrei detto “voglio tornare a scuola”.
Insomma, o l’uno o l’altro.
Lo sconfinato e multicolore orizzonte di possibilità, strade, mestieri, esperienze era oscurato per guardare sempre le stesse due cose.
Trecentosessantagradi che diventano quattro-cinque. Leopardi immaginava l’infinito, io guardo sempre le stesse due foglioline della siepe.
Stavolta però, mi sono posto due domande, che in realtà mi ero fatto tantissime volte, supportato da chissà quanti libri, newsletter, podcast, consigli un tanto al chilo:
cosa faresti anche se non venissi pagato?
cosa ti assorbe al punto di farti perdere la cognizione del tempo?
Niente di nuovo, insomma. A essere nuove, sono le risposte.
Le risposte, senza ulteriore indugio, erano: risolvere problemi tecnici, costruire cose, stare in campagna a zappare, potare, portare grossi pesi, ste cose qua, per quanto riguarda la prima domanda. Ma la cosa interessante era la risposta alla seconda.
Mi capitava quando studiavo programmazione. Quando creavo siti con WordPress. E, più di recente, ho costruito da zero una chitarra elettrica. Specie quando si è trattato del cablaggio, che mi sono inventato e per cui non c’erano schemi.
Perché queste cose mi hanno destabilizzato? E perché queste cose non sono mai emerse prima, durante le mie fantasie di fuga?
La risposta, credo, sia nel mio essermi sempre tenuto nel perimetro che gli altri avevano disegnato per me. Che poi è lo stesso motivo per cui perdo la gioia della scrittura non appena la ritrovo. Se da una parte ciò che mi riesce meglio DEVE diventare un lavoro, e quindi perdo interesse; dall’altra ciò che non mi riesce diventa da evitare. E io, oltre a essere quello bravo a scrivere e tutto il resto, sono anche quello scarso coi lavori manuali e coi problemi tecnici.
È un po’ quella metafora dei cassetti.
Per farvela breve, il mio psicoterapeuta mi spiegò che la nostra identità è come lo schedario di una biblioteca. Ci sono tanti cassettini, con all’interno tante schede, informazioni su di noi, pezzetti del nostro essere. Chiamateli come volete.
Ce ne sono tantissimi di questi cassetti. Ma noi per pigrizia, paura, abitudine o chissà che, apriamo sempre gli stessi cassetti. Quelli di cui siamo sicuri, cosa ci troveremo. Questi cassetti coincidono con ciò che gli altri ci riconoscono. Sono la nostra identità riflessa negli altri. Noi ci sentiamo molto al sicuro con questi cassetti perché sono quello che gli altri si aspettano da noi.
E non è che il contenuto di questi cassetti – nel mio caso la scrittura, l’empatia, il saper insegnare – non mi rappresenti, eh. È comunque parte di ciò che sono. Ma, appunto, solo una parte.
Quel mercoledì, ho aperto un cassetto che non sapevo nemmeno ci fosse. Era proprio in basso a destra e sopra c’era scritto NON APRIRE NO GUARDA MUORI SE LO FAI LASCIA STARE DAI.
E ho scoperto queste cose che mi hanno destabilizzato. Anche perché, se da una parte aprire cassetti nuovi fa paura, continuare ad aprire sempre gli stessi, inevitabilmente, ti stanca. Proprio perché a furia di aprirli, quei cassetti diventano tutta la tua identità. Quindi, per mantenerla, devi investire tutto su questi pochi cassetti. Devono diventare il tuo lavoro, la tua passione, il tuo modo di stare al mondo. E ovvio poi, che perdi il piacere di fare quella cosa. Non puoi permetterti di fallire. Perché se scrivi male un pezzo, se sbagli una lezione, se non riesci a empatizzare in quel preciso momento, smetti di esistere. Perdi il tuo diritto di stare al mondo.
E se diventa una questione di vita o di morte, quella cosa non può renderti felice.
E il resto? E qui c'è un altro problema. Subito penso come potrò fare di tutte queste cose un lavoro? Posso fare il liutaio? Il web developer? Riuscirò a viverci?
Nel pezzo precedente, scrivevo che avrei dovuto fare un bello sforzo per limitarmi a osservare, magari provare qualche piccola avventura nella risoluzione dei problemi o nella costruzione di cose, senza che queste cose dovessero portare a un nuovo lavoro o anche solo a guardagnarci dei soldi. Limitarmi a riconoscere che ho aperto questo cassetto e dovrò andare a spulciarne, senza fretta e tanta curiosità, il contenuto.
Nei giorni successivi, questa cosa è un po’ scemata. Me ne sono dimenticato. Soppiantata dai dubbi sulla scrittura.
Il modo in cui sono arrivati i dubbi, così come se ne sono andati per essere sostituiti dai dubbi sulla scrittura è tutto parte dello stesso meccanismo. La pistola alla tempia della mente. Devi essere qualcosa. Devi farti definire. Essere o l’uno o l’altro. Devi essere, in buona sostanza, prevedibile.

Questo pezzo è molto sgangherato, mi sa.
Ma lo pubblicherò lo stesso, per fallire.
Perché voglio che la scrittura diventi una parte di me. Una parte che può essere, in momenti diversi, più o meno importante. Non so se riuscirò in questo intento, ma devo difendere quello che sto facendo in questo istante, questo pigiare sui tasti, come Bruce Springsteen difese il suo Nebraska. Pubblicarlo esattamente per com’è. Perché dentro c’è molto di ciò che sono ma per fortuna non tutto. Perché oggi la scrittura può essere una cosa fatta giusto per farla, perché la scuola può essere solo un lavoro che mi dà stabilità. Perché affrontare problemi tecnici può essere una cosa che posso fare giusto perché mi piace, permetterndomi di non essere bravo.
I cassetti sono tanti. E ciascuno di questi è un pezzettino del mio Nebraska personale, che è ancora tutto da esplorare.
Ora ho un po’ di ansia nel pubblicare questo pezzo. Temo di fare una figuraccia. Ma ad avere sempre paura di fare figuracce, non si fa niente. E forse una figuraccia è quello di cui ho bisogno. Per liberare un po’ la mia scrittura. E liberare un po’ me stesso.
Ciao ciao!

